terça-feira, 23 de novembro de 2010

Io, lo "sbirro" che arrestò Pannella 35 anni fa

Io, lo "sbirro" che arrestò Pannella 35 anni fa
di Simonetta Dezi
Intervista al poliziotto dapprima costretto da una legge "assurda" e poi perseguitato da una burocrazia ottusa
Nel 1975 il commissario Ennio di Francesco e il leader radicale Marco Pannella avevano qualcosa in comune: entrambi erano convinti che la legge sulla droga, allora in vigore, andava cambiata e che il metodo repressivo non poteva funzionare per risolvere il problema. Quando il commissario fu costretto a far scattare le manette ai polsi di Pannella che, mettendo in atto una disobbedienza civile aveva fumato uno “spinello” in pubblico, decise, la sera stessa dell’arresto, di inviargli in carcere un telegramma di solidarietà. E comincia così una piccola storia che ripercorriamo dopo oltre 35 anni insieme ad uno dei protagonisti.
Commissario Di Francesco, cosa evoca per lei il nome Marco Pannella?Mi ricorda, con un misto di nostalgia ed emozione, tempi lontani, precisamente il luglio 1975 quando la sorte mi ha fatto incontrare questo carismatico “personaggio” che allora non conoscevo. Ho vissuto, tramite lui, un’esperienza straordinaria che oggi, con la forza del tempo, credo abbia segnato un mutamento importante nel modo di affrontare la problematica droga.
Lei lo ha arrestato...Sì, l’arresto di Pannella ho dovuto effettuarlo in forza ad una legge, allora in vigore, che obbligava ad arrestare “chiunque comunque detenga sostanze stupefacenti” e di fatto apriva anche per consumatori casuali o tossicodipendenti, spesso ragazzi, due sole vie obbligatorie: il carcere, perché criminali, o il ricovero manicomiale, perché pericolosi per se stessi e per gli altri. L’incontro con Pannella e il suo arresto mi permise di mettere in evidenza tutta l’assurdità di questa legge, attraverso un telegramma, riservato, inviatogli a Regina Coeli, ma che doveva restare l’espressione di una solidarietà personale. Ingenuamente non avevo tenuto conto dell’abilità politica del “personaggio” che lo rese subito pubblico. Di qui il mio trasferimento immediato e la denuncia al magistrato nei miei confronti per “presunto reato” in quel telegramma. Ovviamente era un pretesto dell’amministrazione per sbarazzarsi di un funzionario scomodo: in quello stesso periodo avevo promosso con altri “carbonari” il Movimento per la democratizzazione e la riforma della Polizia.
Pentito?No. Per questo dico che esistono momenti della vita in cui si è come spiritualmente guidati a fare qualcosa ed oggi, tra gli eventi della mia non facile avventura professionale, ritengo che quell’episodio sia scaturito da quegli incontri di affinità o di catarsi che in fondo arricchiscono un po’ la società di qualche cosa. Per cui sono ancor più convinto che l’idealità di Pannella, in tutti i suoi comportamenti sociali e politici che trascendono le contingenze, stranamente andava a coincidere con la sensibilità e l’idealità sociale di uno “sbirro” che apparteneva ad un’istituzione di per se conservatrice, se non repressiva come la polizia , ma che, per analogo sentire, era sulla stessa lunghezza d’onda.
Parla di valori comuni …Ci sono valori spirituali esistenziali che vanno al di là degli stereotipi, in particolare di quelli di poliziotto. Tant’è che quell’episodio per il clamore che ebbe e per gli interventi di riflessione che ci furono a livello giuridico e filosofico - intervennero in senso positivo verso di me il filosofo Guido Calogero, il presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca, Stefano Rodotà - accelerò l’iter di discussione e approvazione, che avvenne nel dicembre del ’75, della nuova legge. Con le norme introdotte si eliminò un approccio meramente repressivo e si introdusse maggior attenzione per la prevenzione: insomma una nuova impostazione e una maggiore attenzione verso il mondo della droga e una più incisiva azione di contrasto contro il traffico delle organizzazioni criminali che si arricchiscono sulla pelle di tanti giovani.
Cosa aveva a che fare lei con il mondo della droga?Come dirigente della “sezione narcotici” a Genova nel ’73 e poi a Roma avevo dovuto applicare quella norma anacronistica e ingiusta a tanti ragazzi caduti nel tunnel della droga, in particolare dell’eroina. Ero maturo dentro per cogliere la suggestione di Marco Pannella, pur non essendo io assolutamente a favore della liberalizzazione della droga. Ne avevo visti diversi naufragare e persino morire. Avevo questa sensibilità sulla mia pelle. Questi ragazzi non avevano altra colpa se non quella di essersi imbattuti nell’ingannevole ideologia secondo cui nella droga avrebbero trovato la liberazione dal loro malessere esistenziale. Un’ideologia meritevole forse di essere certo approfondita, ma su cui si inserivano spietatamente le holding criminali, talora con la sospetta connivenza di apparati istituzionali dei paesi “produttori” di droga. La nostra polizia da una parte si confrontava solo repressivamente con la realtà del consumo giovanile e dall’altra non era affatto organizzata in maniera da poter minimamente scalfire il vero traffico di droga nazionale e internazionale.
Si può dire che l’incontro con Pannella le ha distrutto la carriera?No, ma certo non l’ha favorita: mi ha attaccato addosso un’altra etichetta di personaggio gerarchicamente “non affidabile” e questo in un’amministrazione come quella di polizia non può essere tollerato. Il mio trasferimento dalla sezione narcotici portò, dopo l’arresto di Pannella, all’interruzione di un’indagine che proprio in quei giorni stavo conducendo sulla “banda dei marsigliesi” che si stava insediando a Roma per commettere reati che andavano dal sequestro di persona al traffico internazionale di droga ed armi. Riuscii comunque a far ritardare il trasferimento di un giorno e l’ultimo giorno arrestammo diversi marsigliesi con il più grosso quantitativo di eroina mai sequestrato nella Capitale in quegli anni. Quell’indagine aveva peraltro toccato strane connessioni tra criminalità organizzata, come la futura banda della Magliana, e consorterie massoniche.Ci furono poi manifestazioni in suo sostegno anche da parte radicale.Marco Pannella, che passò prima dell’arresto alcune ore nel mio ufficio respirando l’atmosfera di quell’indagine, dovette rendersi conto del danno provocatomi. Arrivò al ministero una lettera di Spadaccia che spiegava che il telegramma era stato reso pubblico per sbaglio e l’indomani, mentre venivo trasferito, ci fu una manifestazione sotto la questura di Roma in mio sostegno. E’ significativa la foto pubblicata poi da Panorama con una ragazza ( mi piacerebbe rintracciarla) che porta un cartello con la scritta “Di Francesco è colpevole di pensare”. Il dibattito filosofico-culturale apertosi nell’opinione pubblica sul fatto che un funzionario, pur applicando rigorosamente una legge ne aveva denunciato l’incongruenza, portò anche il ministero a non insistere sulla denuncia. Peraltro il magistrato la bloccò, com’era prevedibile, per insussistenza di alcun reato. L’obiettivo gerarchico di eliminarmi già allora quindi non riuscì.
Quel telegramma le valse non solo l’allontanamento ma fu anche definito sindacalista di sinistra e addirittura filo-radicale, due etichette politiche che non sembrano appartenerle.L’applicare etichette su qualcuno che appare dissonante rispetto alle verità di un “sistema” basato su più tranquillizzanti culture e poteri tradizionali è “paradossalmente” fisiologico. Ciò rivela, al di là del mio caso, una difficoltà reale a interpretare il concetto di “senso di servizio verso la collettività” come tendenza esistenziale autonoma inquadrabile in una concezione trascendente, verso una visione di rispetto assoluto della persona. In fondo una visione alla Tiziano Terzani, alla Aldo Capitini, e perché no, alla Marco Pannella.
La legge poi, proprio nel 1975, venne modificataSì, ma le modifiche introdussero, quasi a compensazione frettolosa, il concetto quasi di “un diritto a drogarsi” attraverso la dizione equivoca di non punibilità per “modica quantità”. Questo ha determinatouna complicata gestione applicativa e giuridica, portando anche a incertezze ed eccessi giurisprudenziali. Per taluni, ad esempio, è diventata modica quantità la detenzione di chili di qualsiasi sostanza, anche cocaina, per uso prolungato nel tempo. E’ stato pertanto facile, poi, col mutare di ideologie filosofiche e politiche tornare a una concezione rigida come quella della legge attuale, abolendo ogni distinzione tra droghe leggere e pesanti, creando meccanismi di difficile applicazione e dando un approccio sostanzialmente repressivo, psichiatrico ed epidemiologico del fenomeno più che di analisi olistica ed esistenziale.

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